Ho sempre desiderato avere un figlio. Fin da piccola quando giocavo con le bambole mi immaginavo come sarebbe stato avere un figlio. Da grande pero’ le priorità sono state altre. Volevo realizzarmi, laurearmi e trovare un lavoro che mi portasse all’indipendenza. Ho viaggiato tanto. Ho vissuto all’estero e purtroppo non mi sono resa conto che il tempo passava in fretta. Oltretutto anche avere una storia stabile era diventato difficile e quindi quando ho incontrato mio marito a 34 anni non mi ero resa conto che aspettare ulteriormente per avere un figlio sarebbe potuto essere un problema. Dopo due anni di fidanzamento decidiamo di andare a vivere insieme e a 36 anni cominciamo a provare ad avere un bambino. I medici che allora mi visitavano mi dicevano di aspettare il fatidico anno e neanche loro prendevano seriamente il problema. Dopo un anno di tentativi scopriamo che ho un adenoma ipofisario prolattino secernente che mi impedisce di ovulare. Inizio la cura con un farmaco e dopo 15 giorni di assunzione rimango incinta naturalmente ma, purtroppo, la gravidanza si interrompe dopo 8 settimane. Il primo aborto è stata l’esperienza più terribile della mia vita. All’ospedale dove mi hanno ricoverta mi hanno messa insieme alle donne che stavano partorendo e questo mi ha lacerata dentro. Sembrava quasi una punizione, mi hanno fatta sentire colpevole per non essere riuscita a portare avanti la gravidanza e ci sono voluti mesi affinche’ mi riprendessi dalla perdita. Gli anni successivi sono stati caratterizzati da varie ulteriori ricerche. Ho consultato circa una ventina di medici. Ciascuno aveva la sua teoria ma la verità era che ormai ero arrivata ai 40 anni e la mia riserva ovarica era ormai ridotta. In 7 anni di ricerca ho avuto altri 3 aborti da gravidanze naturali e ho fatto due fecondazioni omologhe andate male. Ero ormai distrutta e ci sono stati momenti nei quali volevo abbandonare tutto. Mio marito mi è stato molto vicino. Questa esperienza ci ha uniti, per fortuna, ma conosco tante coppie che invece si separano perchè il percorso della procreazione medica assistita fa mettere in discussione i patti che spesso le coppie fanno all’inizio. Per alcune coppie il desiderio di genitorità può essere molto forte e io mi sentivo in colpa per non essere in grado di dare un figlio a mio marito visto che, nel mio caso, il problema ero solo io. Mio marito però mi ha sempre sostenuta e mi ha sempre detto che, se non avessimo avuto un figlio, la nostra vita sarebbe stata comunque meravigliosa. Io all’inizio non gli credevo ma con il tempo ho capito che la vita non è sempre come ce la immaginiamo e che non è detto che avere un figlio sia l’unica strada per avere una famiglia felice. Dopo l’ultima fecondazione omologa abbiamo deciso di provare con la fecondazione eterologa e abbiamo deciso di andare all’estero. Questa scelta ci sta per regalare il figlio che abbiamo tanto desiderato e non smetterò mai di essere grata a quella donna che ci ha donato un suo ovulo e che  ci sta permettendo di coronare il nostro sogno. Non è stato un percorso facile. Porterò per sempre le cicatrici di questo percorso ma posso dire che ora sono una donna migliore del passato. Questo viaggio mi ha resa paradossalmente migliore. Mi ha fatto confrontare con il mio desiderio di genitorialità e mi ha fatto capire che un desiderio non è un diritto ma un’opportunità che non è una certezza ma un viaggio che non sai mai dove ti potrà portare. Se mio figlio non fosse arrivato avrei fatto altre scelte e sono certa che la vita non sarebbe stata meno bella. Per quanto pensassi che una vita senza figli sarebbe stata dolorosa questo viaggio mi ha insegnato che ci sono delle alternative. Questa flessibilità e il fatto di lasciarci andare dalla corrente della vita ci ha dato la forza come coppia e ci ha dato una lezione importante: non possiamo controllare molto della nostra vita ma possiamo goderci il viaggio e accogliere come opportunità di crescita tutto quello che ci riserverà.